• Anna Iorio

10 CONSIGLI PER IL PELLEGRINO DELLA GEOGRAFIA DELL'ANIMA

Aggiornamento: 5 set

N°1 LE SCARPE GIUSTE


E' la prima cosa di cui mi sono dovuta preoccupare quando ho deciso di fare il Cammino di Santiago. Non ricordo qual'è stato il mio primo paio di scarpe, ma c'è una foto del mio battesimo in cui avevo queste scarpette di stoffa, più simili ai calzini che alle scarpe, che mia mamma mi aveva messo per completare un abbigliamento bianco, puro tipico del rituale al quale venivo sottoposta. Ed è sempre con questo approccio che mi sono avvicinata alle scarpe, non tanto che fossero comode, ma che esteticamente si prestassero all'immagine che volevo dare di me. Per un periodo di 2 anni ho lavorato in un negozio di abbigliamento molto trendy e di moda in quegli anni. Venivo da 4 anni in cui lavoravo in discoteca la notte, come guardarobiera prima e come barmaid poi. Inoltre facevo pianobar nei locali. Ero una giovane pressochè ventenne, che già alle superiori tentava di sbarcare il lunario. I miei genitori mi dissero che dovevo scegliere tra prendere la patente e andare in vacanza con le mie amiche. A quell'età più che mai volevo tutto e subito, quindi senza esitazione trovai il modo di essere indipendente economicamente e poter avere entrambe le cose. Le scarpe che indossavo all'epoca erano per lo più con la zeppa, la punta rotonda, tassativamente nere per coordinarle con l'abbigliamento che nel linguaggio della moda da sempre attira di più. Quando mi presentai al colloquio per commessa, la titolare e la commessa che già lavorava in quel negozio, non potevano credere a come mi ero vestita. Non avevo imparato alcune regole del gioco: tipo che il vestito doveva assecondare il contesto. Ma nonostante questo quella donna notò che il mio modo di vestire la vita andava già ben oltre ogni apparenza, e che avevo una gestualità e un modo di guardare alle cose che vestivano qualcosa che lei evidentemente riconosceva e con la quale risuonava. E quindi nonostante non c'era nessun buon motivo per assumermi mi offrì una chance. Fu macchinoso ed impegnativo trasformarmi in una soubrette della moda, infilarmi nelle scarpe giuste ed alla fine devo dire che mi adeguai con una certa maestria, assecondando con la mia parte camaleontica che pur di piacere al mondo, lasciava che fosse proprio il mondo a scegliere le scarpe giuste per me. Una storia comune, perchè credo che molti di noi abbiano avuto nelle proprie priorità quella di piacere agli altri. E' una spinta naturale e la cosa ideale sarebbe quella di piacere indipendentemente da come ci vestiamo.

Le scarpe sono il vestito che coprono e proteggono il nostro cammino. Se dobbiamo camminare per molte ore è impossibile non tenere conto del fatto che debbano essere prima di tutto comode. Ma per questo cari pellegrini, ci sono moltissimi tutorial sui social in grado di consigliare quali scarpe scegliere. Quando io sono andata a cercare le mie, mi trovavo in un negozio che mi aveva suggerito un amico e subito mi avevano attirato tutte quelle scarpe che si sarebbero intonate bene con i vestiti che volevo portare con me che più o meno si intonavano tra rosa e viola. Soffermai quindi la mia attenzione su quei colori. Il negoziante mi osservava da dietro il bancone, con un'espressione molto simile a quella dei tuareg nel deserto quando vedono arrivare noi turisti e i bagagli che ci portiamo dietro. Lui percepì che non avessi idea di cosa dovessi realmente cercare. Eh sì perchè un cammino come quello di Santiago o qualunque altro pellegrinaggio, non lo si può sapere finchè non lo si fa, e se le scarpe son giuste lo sapremo solo nel momento in cui ci cammineremo dentro. Il negoziante si avvicinò e mi tirò fuori un paio di scarpe blu elettrico con strisce arancioni. Per me orribili, e decisamente le ultime che avrei guardato. Gli dico che non mi piacciono, che non si intonano con ciò che avevo in mente. Insistette dicendomi che dopo tanti chilometri a piedi, la unica cosa che conta e che i piedi stiano comodi. E così mi decisi almeno a provarle. Appena i piedi si infilarono in quelle scarpe provai una sorta di orgasmo. Non avevo mai sentito i piedi stare così comodi. Cominciai ad apprendere che le scarpe giuste le potevo incontrare solo rinunciando a quella pretesa di aggiungere piuttosto che alleggerire. Perchè alla fine le nostre credenze, aspettative, i nostri schemi sono quelli che più interferiscono con il nostro cammino del cuore, tentando sempre di controllare che le cose siano collocabili in qualche disegno prestabilito. Un pellegrino dell'anima impara che per scegliere le scarpe giuste deve conoscere il proprio cammino, che senza cammino è difficile da immaginare. Il come si scelgono le scarpe è il primo grande apprendimento. Anche se fossi stata meno attenta alle apparenze, e avessi fatto la mia indagine da un punto di vista più tecnico, non avrei potuto contare su altra esperienza che camminarci dentro. La relazione con le scarpe è una relazione che mi pone di fronte a come onoro il mio cammino. Definisce le priorità di questo mio camminare. Mi pone al centro della dicotomia Essere o Apparire. Sono le questioni esistenziali di questa umanità sempre più pressata in costumi, usanze e credenze. Intendiamoci bene, con questo non voglio dire che non mi dà gusto qualche volta mettermi un bel paio di tacchi e sentirmi femmina più che mai. Se lo faccio per stare bene, è una via rispettabile che la mia anima vuole sperimentare di tanto in tanto. Direi che le scarpe giuste sono quella percezione invisibile che armonizza me e la strada. Mi trovo a El Hierro, una delle Isole delle Canarie ed insieme ad un caro amico, Marco, stiamo trasformando un download di informazioni di frequenze in suono. Lui con il didjiredoo ed io con la voce, oltre al supporto di campane di cristallo, tibetane e altri strumenti di usanza tribale. Lui ha una figlia di 4 anni, Samay, splendida. Lui e la sua compagna Sabine hanno avuto chiaro da quando lei è arrivata al mondo, che volevano lasciarla più integra possibile, offrendole una vita in cui potesse rimanere connessa il più possibile con la sua libertà. Samay cammina a piedi nudi, sulle pietre di un vulcano che a me buca le scarpe. Gli chiedo a Marco se non sentisse male, e lui mi riponde che non le ha mai detto che le pietre fanno male. Questa sua frase mi ha risuonato come non mai, ed ho cominciato a tirare le somme di un'equazione che la mia anima ha riconosciuto subito. Se la geografia è quella dell'anima, le scarpe da indossare verranno riconosciute sempre, purchè si possa tornare ad un ascolto autentico di chi siamo e di quale sia il nostro cammino. Che io indossi i tacchi, i sandali, gli stivali, le snickers, gli scarponi o anche niente, ciò che conta davvero è che ogni mio passo sarà accompagnato dall'intenzione di rendere sempre più sacro ogni mio movimento. Tra la grazia di un cuore gentile, la determinazione di un puma e la severità di un rapace, sarà più facile così baciare la terra dove cammino e sentire che con le scarpe giuste si può addirittura volare.


N°2 LO ZAINO




Spesso si pensa allo zaino come quel carico che ci portiamo dietro e che necessariamente creerà più peso. Durante il cammino, lo zaino diventa casa, è tutto ciò che ci tiene legato al nostro senso di appartenenza . Quando lo prepariamo scegliamo che cosa portare in base a dove stiamo andando, che tempo fa, quanto stiamo via. Quando sono partita la prima volta per il Cammino di Santiago, avevo preparato uno zaino da 10 e lode, seguendo tutorial e manuali ad hoc.

In effetti per l'80% ero soddisfatta. Nel secondo viaggio, però, la preparazione è stata differente, poiché sapevo esattamente cosa mi serviva e questa volta lo sapevo perchè avevo preso le misure con la mia esperienza. Mentre cammino in questa geografia così vasta, spesso mi accorgo che lo zaino sulle spalle è solo uno di quelli che mi porto. All'improvviso entra in gioco il bagaglio della mia vita, e spesso pur essendo dentro di me a un livello invisibile, ci può volere un attimo a sentirsi pesanti o leggeri...Sulla strada scopro qual'è il mio modo di approcciare con quel bagaglio. Ed è rispetto ai carichi in eccesso o alle mancanze che imparo chi sono davvero. Ho incontrato pellegrini con uno zaino leggerissimo che viaggiavano da mesi. Altri che con lo zaino stracarico non riuscivano a fare le salite. Ho conosciuto chi preferiva avere con sé un libro e chi senza ciabattine da doccia non poteva partire. Ho conosciuto chi si era incamminato per uscire dalla depressione, chi per un fioretto, chi per mettersi alla prova, chi per innamorarsi, chi per sperimentare un modo diverso di viaggiare. In ogni caso ciò che veniva portato diventava prezioso, così come ciò che si poteva ricevere ed ogni esperienza andava a supportare una relazione con la vita che in cammino tiene conto di numerose sfaccettature. Se viaggiando ti senti supportato la relazione con la strada cambia. Ad un certo punto vi è proprio l'urgenza di uscire dal giudizio sul proprio cammino. Non lo si può più rinchiudere in concetti come fatica, pesantezza, leggerezza, spensieratezza, bello o brutto. Questi concetti si fondono tutti insieme e passano attraverso un cristallo. Vissuti attraverso l'amore per il viaggio si trasformano in ispirazione e motivazione. Con questi ingredienti non c'è strada che non si possa intraprendere. E' una questione di approccio. Tornare all'essenziale non si ferma al concetto di possedere poco. Mi piace tanto la parola “abito” perchè si riferisce al vestito ma anche all'abitare. Un pellegrino della geografia dell'anima trasferisce il suo abitare dal luogo delle sue credenze mentali al luogo dove torna a sentire profondamente cosa la sua anima e il suo corpo hanno da raccontare. Diventa complice così di un'altra narrazione e diventa co-creatore della propria manifestazione. Uno zaino fatto con amore ha dentro ciò che renderà il cammino una vera e propria coccola. E se fosse che lo zaino più importante che ci portiamo dietro siamo proprio noi?


N°3 NON AVERE ASPETTATIVE

Mi son fermata un attimo con gli occhi chiusi, per ripercorrere quante aspettative ho deluso e quante aspettative hanno deluso me. Scene di infanzia, in famiglia, a scuola, in chiesa, con gli amici, in amore. Mi son sentita come seduta in un cinema, incantata dai personaggi che apparivano, scomparivano, restavano. Personaggi importanti, ruoli necessari, per la maggior parte imposti. Poche volte scelti. Mi domando quante edizioni di questo film saranno necessarie per raccontare tutto ciò che accade intorno alle aspettative.

Poi con gli occhi ancora chiusi mi son chiesta che cosa mi aspetto mentre scrivo queste righe.

Lo sento che anche se non voglio, la mia natura è questa. Sono programmata per aspettarmi qualcosa quasi sempre. O perlomeno quando ho l'illusione che tutto sia prevedibile.

Nel cammino poco è prevedibile. Mentre pianificavo le tappe del mio primo, con tanto di mappe e guide, sapevo che più o meno mi dovevo prendere 40 giorni per starci comoda avendo uno zaino di 7Kg circa. Facendo la media, camminando 6 ore al giorno potevo fare tra i 20 e i 25 km a tappa. Quella che mi preoccupava più di tutte era la prima con 1200m di dislivello in 27 km. Mi allenai per settimane, se non mesi con lo zaino in spalle, approfittando di tutte le salite a disposizione nel Casentino dove ho vissuto fino alla primavera scorsa. Man mano che si avvicinava la data di partenza le mie gambe eran diventate fortissime e sentivo che una volta fatta la prima tappa il resto sarebbe stato, non un gioco da ragazzi, ma tutta discesa. Con l'aspettativa che la discesa sarebbe stata più facile della salita. Tre tappe dopo il mio ginocchio si infiammò fino a farmi contare le stelle quando toccavo il piede in terra. Non avevo previsto che camminare sui sassi per 20 km un giorno e altri 25 il giorno successivo potesse mandare in tilt l'unica zona del mio corpo che non mi aveva mai dato problemi o segni di cedimento.

Delusa mi sono domandata cosa volesse la strada da me? E cosa volevo io da lei? Lo so, in tutti i libri, i manuali dei cammini vari ci sono le tappe, i km, i dislivelli, il tempo in cui si arriva. Per non parlare dei social che ormai propongono moltissimi tutorial o esperienze di come si fa il cammino, cosa portare, dove andare, cosa aspettarsi, appunto.

Sono riuscita ad arrivare in fondo a quel primo cammino, prendendo un paio di autobus, facendomi trasportare lo zaino per 15 gg. L'alternativa era la fine del pellegrinaggio.

Tanta la delusione che la mente frullava a tutta velocità.

Nonostante fossi partita senza coinvolgere la mia vita pubblica come artista, già intuivo che un viaggio così sarebbe stato molto figo da raccontare. C'erano pellegrini che si erano presi tre settimane di vacanza senza nessuna intenzione di raccontare del loro cammino se non ad amici e parenti, che facevano anche 30/40km al giorno con al massimo una vescica o due. Mi paragonavo a loro e di fronte al mio dolore fisico non avevo scelta, e questo mi rendeva arrabbiata e triste. Forse perchè l'autostima che tutti dovremmo avere per essere “ganzi” si misura dai propri successi? Forse perchè volevo distinguermi e sentirmi migliore? Forse perchè il mio doveva essere il cammino migliore degli altri? Cosa ci si aspetta dall'avere autostima?

In pochi giorni mi resi conto che le tematiche più insistenti della mia vita erano tutte lì in fila. Il giudizio come un gigante in prima fila pronto a recensire ogni mio movimento. Perchè quanto mi definisce ciò che racconto di me?

Questo mi fa tornare alla domanda su cosa mi aspetto da queste righe.

In questo pellegrinaggio dell'anima, non mi è dato di contare sulle certezze.

Ascoltando le mie gambe ho dovuto imparare che la rigidità dei miei pensieri stavano irrigidendo il mio corpo. Ho imparato che non era il caso di inseguire gli altri che correvano per non stare sola oppure a non rinunciare, con la voglia ancora di camminare a qualche km in più perchè tutti si fermavano. Allo stesso modo, ho imparato che stavo meglio a camminare con chi aveva un passo che potevo sostenere, ma che qualche volta adattare il mio passo portava a condividere esperienze preziose. Quando si è bruciato nel fuoco della solitudine avere compagnia diventa un sentire che arriva da uno spazio di vera condivisione e non più dal sentimento della mancanza. Camminare ci mette di fronte alla verità. Poi si può prendere un antidolorifico, cosa che ho fatto. Ma quando ho capito che il dolore era causato dal fatto che non mi stavo ascoltando ho imparato che la misura giusta di quanti km fare al giorno la potevo decidere solo io. Quando il mondo che conoscevo non ha più avuto un posto per me, e che quello stesso mondo non aveva più un posto dentro di me, ho cominciato a realizzare che anche le aspettative sarebbero cessate. Stando in contatto con il vuoto, il non sapere, quello che io chiamo ormai da tempo il Km Zero, il coraggio di “essere” piuttosto che “apparire” è venuto a galla. Questo "essere" è ciò che conta di più nella geografia in cui mi trovo ed è per questo che sento che ogni mio argomento è buono, perchè viene da quello spazio che si è forgiato sulla strada. Una strada sempre ha qualcosa da insegnarmi. E allora riguardo tutti i personaggi di quel film e ringrazio chi mi ha amato e ferito, chi oggi mi discrimina e mi costringe ad avere più coraggio. E mi lascio trasportare dai bambini che sto incontrando e dai loro occhi speciali che mi fanno gustare l'anteprima del domani in arrivo. Sarebbe meglio non avere aspettative, lo so ma piuttosto vorrei cambiare i termini della questione. Io non sarei sincera se vi raccontassi che non ho più aspettative. Ma lo sono se vi racconto che la realtà, quella che è negli occhi di chi la guarda, supera la fantasia, e spesso questo fatto mi fa dimenticare che ne ho avute in principio. E così, che mi aspetti tutto oppure niente da voi, non importa; che noi pellegrini dell'anima ci affidiamo e guardiamo lontano!


N°4 PREPARARSI CON CURA


Per tutta la vita ho vissuto in una condizione di bipolarità tra il desiderio di ordine e struttura e quello di caos e “vediamo come va”.

Mi ricordo quando da bambina la mamma ci portava a fare le compere per la scuola. La gioia era tanta perchè finalmente potevo comprare il diario e l'astuccio nuovo. Ricordate quegli astucci con la zip dove c'erano i vari scompartimenti con pennarelli e matite colorate? E poi c'era l'odore di quaderno nuovo, la sua copertina, il fatto che ancora non avesse le famose “orecchie”. Ricordo che come cominciavano i compiti dentro e fuori la classe, mi prendevo cura di scrivere bene. Il titolo in rosso, il testo in blu. Dentro le righe e la scrittura pulita e chiara. Il disegnino fatto in fondo al pensierino e le decine ed unità colorate in blu e rosso. Poi regolarmente si poteva leggere nei miei quaderni il calo, la perdita di entusiasmo. La scrittura disordinata, le “orecchie” da tutte le parti, disegni assenti. Nell'astuccio cominciavano a mancare le matite, eccettera, eccettera, eccetera. Mi ci è voluto qualche anno, e un po' di lavoro su me stessa per individuare quale fosse l'epicentro di quella bipolarità. Devo ammettere che nella fase di ordine mi sentivo anche bene e felice. Quando c'era la struttura e sapevo esattamente ciò che erano i passi da fare, mi sentivo determinata, realizzata e in grado di affrontare qualsiasi sfida. Ma c'erano dei momenti, già così piccola, dove non capivo più bene cosa si volesse da me. “Problema: la mamma va al mercato con il suo panierino, e compra 12 uova...”. Poichè non avevo ancora imparato bene l'italiano, essendo arrivata da così poco in Italia senza sapere la lingua e quindi un vero e proprio assestamento, non avevo idea di cosa fosse un “panierino”. Non so nemmeno cosa sia successo veramente per non aver saputo o potuto chiedere aiuto. Una parola poteva cambiare la percezione delle cose, e fare di me una bambina determinata a risolvere il problema oppure portarmi a lasciare stare e spostare l'attenzione. Ho scelto la seconda via e per molti anni ho deciso che io e la matematica non andavamo d'accordo. Poi alle superiori mi hanno rimandato proprio a matematica e dovetti fare le ripetizioni. Quell'estate ebbi la prova che io e la matematica potevamo invece intenderci. Quale fu la differenza? La chiarezza. Il mio professore si impegnava affinchè capissi quello che c'era da capire. Esplorava le vie possibili finchè non davo prova attraverso gli esercizi di essere sintonizzata. La relazione in cui avveniva l'apprendimento era fondamentale per me. All'esame di maturità mi dissero in commissione che era un peccato che mi fossi impegnata poco, perchè intravedevano un gran potenziale. Anni dopo la vita mi ha offerto una rivalsa, quando mi sono laureata a pieni voti con lode.

Oggi rivedo questa esperienza, e dopo tanta strada intravedo quel filo sottile che si tende tra i due poli. Quel filo lo associo al “prendersi cura”.

I miei quaderni ordinati erano la manifestazione del prendermi cura dei miei compiti, impegnandomi traendone gioia e soddisfazione.

Questo filo a un certo punto si è rotto. O forse è semplicemente calato l'entusiasmo.

In cammino la preparazione non è solo il prima di partire. E' una fase che accompagna ogni momento. E' necessario avere chiaro che l'affidarsi e il vivere nel qui e ora, richiedono una presenza che si può ottenere grazie alla cura di ogni pensiero, movimento e azione. In strada si paga ogni distrazione! Al risveglio, che ci si trovi in ostello o nella natura accampati, si è richiamati all'ordine. Si rischia di dover fare e rifare lo zaino numerose volte se non si è organizzati bene. Oppure ritroviamo quell'unico frutto o pacchetto di crackers completamente schiacciato se non posizionato bene. La cura nel tenere le cose a portata di mano nel loro ordine di priorità, di consistenza, di delicatezza. Poi c'è da tenere pulito i pochi capi che abbiamo con noi. Al mio primo arrivo dopo una tappa di 8 ore, stanca e sudata ho avuto l'urgenza di fare una doccia calda. Beh questa priorità ho dovuto metterla in discussione. Perchè ho scoperto che anche un'ora di sole in più è fondamentale perchè tutto si asciughi in tempo. Quindi mi sono ritrovata a fare il bucato, con l'accappatoio e il sapone in mano prima di gioire dell'acqua calda (spesso anche fredda, ma in cammino anche solo l'acqua va bene).

Ogni volta che rientro in una casa dopo aver pellegrinato, sento due sensazioni: la prima che ci sono troppe cose, troppe scelte, semplicemente più di ciò che necessito; la seconda tuttavia è quella di sentirmi molto affezionata a quel troppo. In ogni modo quello che trovo è ciò di cui mi devo prendere cura, e si tratta di qualcosa che non sta in uno zaino da 40 litri.

Allora ho scoperto nel tempo che il troppo blocca il mio flusso. Quando ci sono troppe cose, troppe situazioni, troppi sentimenti, è facile che scivoli nel caos. Ma solo perchè di fronte all'accumulo, c'è ancora quella bambina che non sa cosa fare e tende a lasciare che tutto resti indisturbato e caotico.

Nella mia storia la fatica riesce a soffocare l'entusiasmo.

Ripensando ai miei anni di educatrice con minori nella case famiglie o nei centri diurni, rivedo molto di quello che vi sto raccontando nei ragazzi/e che ho incontrato. Forse per questo mi sentivo al posto giusto in quello spazio di cura, perchè da una posizione più distaccata riuscivo a fare attraverso loro, quell'ordine dentro di me che avevo sempre rimandato. Quel lavoro mi ha offerto la possibilità di rivedere tutto sotto una nuova chiave di lettura. La fatica e la pigrizia sono due facce della stessa medaglia. E gli adolescenti in questo ci fanno da specchio tutti i giorni. Il problema secondo me è che spesso si centrifugano concetti come: dovere, responsabilità, impegno, fatica, riuscita, fallimento. Soffermandomi su uno di questi concetti, nel cammino, per esempio, la fatica è fine a se stessa e si sposta nel corpo, che sotto sforzo costringe la mente a lasciare andare ogni rigidità, in qualunque forma si presenti. Il cammino di un pellegrino dell'anima costringe a ordine e struttura. Quest'ultimi determinati dalla propria esperienza e necessità.

C'è chi dice che è compito dei genitori permettere a quella struttura e quell'ordine di autodeterminarsi nei propri figli per diventare adulti. Ma mi sembra una bella pretesa visto la culla sociale, culturale, educativa e politica in cui viviamo, che promuove tutt'altro che la possibilità di autodeterminarsi. Sto capendo che le soluzioni raramente sono fuori di noi. Fuori ci sono gli stimoli o le provocazioni, ma come diceva Tich Nath Han, il viaggio è dentro di noi. Diventare adulti non si misura con le lancette del tempo lineare, e nemmeno dal fatto di fare famiglia o trovare l'incastro giusto col mondo circostante. Se non c'è cura, amore e entusiamo in ciò che facciamo, quale diventa la nostra narrazione? L'adulto che andiamo ad abitare (che secondo me è un viaggio perpetuo) è il frutto di un seme dopo l'altro che si sviluppa tra realtà dentro e quella fuori. E qui che torna al centro il prendersi cura. Nelle sue origini etimologiche si associava la parola “cura” a “cuore” da cui viene l'espressione latina “Quia cor urat” che significa “perchè scalda il cuore”. Allora curare può estendersi oltre al concetto di essere solo un rimedio per quando si ha un disagio o una malattia. Curare può diventare un atto che se torna ad essere centrale, tesse l'ordine di ogni filo prima che diventano matassa e che si riversano sul nostro stato attraverso i disagi o le malattie appunto. Un atto che io ho davvero sperimentato venire dal cuore. Di tanti percorsi fatti per risolvere i miei “problemi” (finchè ho creduto o credo ancora di averne) solo il linguaggio del cuore mi ha portato a cambiare davvero sguardo. Guardando con amore me stessa, mi è diventato possibile guardare gli altri. Eh sì.. perchè senza amore, non so voi, ma io non riesco a vedere l'altro tanto bene!

Ed è qui che intuisco ancora una volta, che il vero lavoro di preparazione è proprio nel curare i miei pensieri. La strada mi viene incontro, e spesso riesce a trasformare i passi in volo. Nello stesso modo in cui li trasforma in macigno. Perchè volente o nolente la cura dei pensieri va con o senza il mio intento di fondo. Per questo a me non piace il detto “Il buongiono si vede dal mattino”. Preferisco dire che “Il mattino si determina dal buongiorno”.


N°5 L'ESSENZIALE E' INVISIBILE AGLI OCCHI


Credo di non essere originale nell'affermare che “Il piccolo principe” di Antoine de Sant-Exupèry, è uno dei libri da tenere accanto quando si è in cerca di saggezza. Io non so perchè la vita mi ha portato a dare importanza a certe cose piuttosto che altre. Ma so per certo che molte delle cose importanti per me non sono visibili agli occhi. Nonostante le numerose distrazioni, questa spinta interiore nell'andare oltre il conosciuto mi ha permesso di trovare un senso a tutto ciò che invece spesso può rendere i miei momenti inquieti. Spesso le indicazioni sono chiare, ma le credenze creano un velo nel guardarle che poi rischio di perdere pezzi per strada.

Per molto tempo ho avuto necessità di guide. Dal prete illuminato, alla maestra spirituale, passando per sciamani e portatori di luce. Ognuno/a mi ha mostrato un pezzetto di un potenziale che un giorno solo io avrei potuto realmente indossare, e portare a mia volta nel mondo. Io ho molto timore ad usare la parola “sciamano/a”, perchè sento che c'è un overdose di significati, che creano spesso squilibri nel campo del potere personale. Castaneda, scrittore e sciamano tolteca, ne parla molto nei suoi libri. E' necessario tenere conto del fatto che tanti dei significati che ci ruotano intorno sono frutto di influenze che non ci appartengono del tutto, e che quando si parla di “potere personale” dobbiamo fare attenzione, così come quando si usa la parola sciamano/a. Per quanto mi riguarda, gli squilibri che ho messo in atto sono dovuti alla grande paura che spesso ho del mio potere. Un potere che in realtà tutti abbiamo. Volente o nolente mi distinguo e questo ha creato gioia e dolore insieme. Se stare al centro come artista, grazie ai miei talenti mi viene naturale, d'altro canto non è facile convivere col fatto che spesso proprio chi mi ama di più non riesce ad accettarmi come sono, perchè il mio comportamento si piazza fuori dalle loro regole. Per questo il più delle volte l'inquietudine che ne deriva mi porta ad andare oltre. Se mi fermo, sono perduta! Il luogo invece dove mi ritrovo sempre è decisamente nella natura. Camminare nella natura significa essere ospite direttamente nella sua casa. Ella custodisce i segreti che solo lo sguardo del cuore può accogliere. Diceva Galilei "Le cose sono unite da legami invisibili: non si può cogliere un fiore senza turbare una stella". Veniamo dalla cultura del prendi quello che ti serve, tutto e subito. Ci sono così tanti passaggi di come accadono gli eventi del nostro quotidiano che non siamo più educati a riconoscere da tempo. Si dà tanto per scontato. In natura è diverso. Ci sono luoghi dove l'uomo cerca di civilizzare e Lei, dirompente, non sembra fermarsi di fronte a niente. Le pareti delle montagne dell'Isola El Hierro sono sculture di lava, così come il suolo su cui si cammina. Chi ha camminato su un vulcano magari può confermare che ti può far tremare le ginocchia. E' incredibile vedere come dalla lava, nascono piante, alberi fiori e la vita continua. Mi incanta guardare il “tutto” sapendo che in quel preciso momento si muove qualcosa che non posso vedere. Come quando in mezzo al deserto lavico o in una strada di cemento spunta un fiore.

Per me la natura è maestra, forse perchè mi sento parte di lei, fatte delle stesse sostanze. E' qui che secondo me uno/a sciamano/a si posiziona. Come un canale, chiamiamolo ponte se vogliamo, tra il visibile ed invisibile. Cosciente del fatto che non vi è dualità tra queste due dimensioni, e che lo spazio dove agire può solo essere neutro. Spesso è proprio la dualità che può creare tanti equivoci. Io ho idealizzato tante anime. Prima le ho messe su un piedistallo, montando tanta aspettativa nei loro confronti e poi inevitabilmente delusa, le ho spinte giù. La unica a pagarne un caro prezzo: me stessa.

Per questo amo la neutralità della vita naturale. E' in mezzo agli alberi, o di fronte all'oceano, o camminando per un sentiero tra i campi, o nelle grotte, che percepisco come le relazioni accadono. Intuisco che ogni elemento non è mai lì a caso, e che la linfa vitale è una rete sempre viva e contagiosa. Questa linfa vive dentro ogni singolo essere vivente, me e tu che leggi compresa/o. Percepisco una magia, un'alchimia che dà senso a tutto ciò che sta, appunto, tra il visibile e l'invisibile.

Ritrovo qui e nella musica quello che diceva il piccolo principe: “L'essenziale è invisibile agli occhi”; fin da piccola l'invisibile mi parla attraverso la musica. Ne ho una in testa sempre, da sempre. Spesso mi meraviglio di come mi escono le idee, che poi diventano canzoni. Così come mi meraviglio di queste parole che seguono ad uscire, senza davvero sapere a chi e a cosa servono. Qualcosa mi dice però, in questi tempi così incerti, che c'è un grande risveglio. Questa inarrestabile voglia di ritornare ad uno sguardo poetico dell'esistenza. A questo risveglio mi rivolgo e a chiunque si senta di abitarlo. Il significato etimologico di questa parola è “Arte di comporre in versi” . Quindi non importa se il cammino è dentro o è fuori, visibile o invisibile. Quando possiamo riconoscere e risuonare con questa poesia, ci troviamo senz'altro nella geografia dell'anima.


N° 6 PRENDI UN BEL RESPIRO


Potrei fare un elenco dei momenti in cui sono stata tanto cosciente del mio respiro. Ogni volta che ho paura, ogni volta che mi innamoro, ogni volta che canto, che sono nell'eccitazione.

La prima volta che mi sono resa conto del mio respiro è stato durante un corso di nuoto estivo. Avevo 9 anni e le vacanze erano appena cominciate. Fino a quel momento non avevo mai vissuto la sensazione dell'andare in vacanza. In Inghilterra il sistema scolastico era molto diverso e non c'era questa grande enfasi su questa pausa, che normalmente non durava più di 6 settimane. Ricordo come fosse oggi ogni dettaglio di quella lezione di nuoto. Il riscaldamento con l'istruttore che batteva le mani con un tempo molto tribale, la fatica nell'assumere certe posture e il fiato corto. Quando finalmente ci venne dato il permesso di entrare in acqua io non stavo nella pelle dall'eccitazione. Ed è proprio questa eccitazione che a momenti mi fa annegare. In acqua non si scherza, basta un attimo e veniamo travolti. Come spesso sentiamo dire dai saggi o dai filosofi, è proprio quando qualcosa viene a mancare che ci accorgiamo del valore di cosa perdiamo o rischiamo di perdere.

In quei pochi secondi con l'acqua nella gola e la sensazione di soffocare, mi sono resa conto che senza respirare sarei morta. Ci sono voluti molti anni per prendere davvero coscienza di questa realizzazione, ma nel frattempo alcune sensazioni che provavo giocando con il respiro mi rimanevano impresse. In quello stesso periodo cominciai a cantare in un coro di voci bianche, e ci incontravamo almeno due volte alla settimana per fare le prove. E mentre la direttrice del corso ci seguiva individualmente negli esercizi di respirazione, io mi accorgevo che potevo assolutamente gestire l'aria che entrava ed usciva dal mio corpo. Cantare era solo la punta dell'iceberg rispetto a tutto ciò che si muoveva, e da bambina questo mi permetteva di esplorare quelle sensazioni con libertà e fantasia.

Nuoto e canto sono due attività che portano ad acquisire la competenza di gestire la propria respirazione, collegando movimento e uso dell'aria. Sempre durante una lezione di nuoto, un giorno decido di imitare i miei compagni salendo sul trampolino per saltare in acqua. Uno di quei trampolini che flettono sotto ogni passo. Ricordo lo spavento nel sentire la gravità sfuggirmi da sotto i piedi e ricordo anche le ginocchia tremare nel vedere l'acqua per me così lontana. Fui talmente nel panico che dovettero venirmi a prendere e da allora non solo non sono mai riuscita a saltare in acqua da un trampolino o scoglio, ma quel senso di vertigini della mancanza della terra sotto i piedi mi ha accompagnato in molte situazioni nel corso della vita.

Poche settimane fa, mentre mi trovavo alle Canarie, arrivando verso un pontile vedo i miei amici e amiche che saltano giù a ruota libera nel mare dal bordo a un paio di metri sull'acqua.

Il mio stomaco si contrae e il mio corpo entra in quello stato di allerta molto simile a quello di quel giorno da bambina su quel trampolino.

Mi guardo bene dall'avvicinarmi a loro e decido di cambiare strada per incontrarli più tardi direttamente in spiaggia.

Ma questo episodio si muove in me con insistenza e continuo ad avere lo stesso pensiero in testa: anche io mi voglio tuffare.

Così il giorno dopo mi decido e mi avvicino al pontile lontana dagli occhi dei miei amici. Sapevo che avevo bisogno dei miei tempi e dei miei spazi per decidere se saltare o no.

Sul bordo al confine con quel salto una bella scritta “Proibito saltare!”a rincarare la dose di resistenze e di paure.

Questo salto era molto di più che un semplice tuffo nel mare; per me era andare oltre una barriera, una convinzione, una paura. Andare oltre il controllo sulle cose, che da sempre tende ad abitarmi.

Di nuovo il respiro diventa dominante in tutto il corpo; la miscela esplosiva tra desiderio e paura.

Cammino avanti indietro indecisa, e ogni volta che mi avvicino al bordo lo stomaco si contrae. Fino a che arriva un gruppo di persone che molto allegre mi dicono in spagnolo: “Venga chica! Saltamos no??” e senza darsi il tempo di esitare si tuffano con la rincorsa. Le mie gambe si muovono per inerzia e mi aggancio alla loro determinazione per fare il salto. Secondi eterni mentre il respiro bloccato attende di sentire l'impatto con l'acqua. Il corpo che si lascia tirare giù e raggiunto il punto più profondo, rimbalza verso l'alto con forza. La testa esce fuori dall'acqua e i polmoni si riempiono di quell'aria così preziosa.

Ce l'ho fatta! E senza pensarci troppo ritorno alla riva e di corsa mi reco al pontile nuovamente e senza esitare risalto.

Potrebbe sembrare retorico, ma da quel salto nel giro di poche settimane ho letteralmente tirato giù il freno a mano delle mie convinzioni.

Un giorno dopo l'altro in questo viaggio così speciale nel Km Zero, i salti da fare sembrano essere improvvisamente tanti.

Per navigare tra questi salti il mio respiro torna al centro. Mi permette di sentire dove sono, stimolare il mio sistema ghiandolare, contattare i miei corpi sottili. Una delle sensazioni più belle che provo dopo un lungo cammino, è quel vuoto della mente all'interno del quale il mio respiro incontra il suo eco. Il suono del cuore che batte amplificato.

C'è chi mi dice che io vivo nel mio mondo e che la realtà è tutt'altra. Ma per un pellegrino della geografia dell'anima, respirare è quel luogo sicuro da dove nasce ogni pensiero, azione e parola. Un luogo senza finzione e realtà, vittime e carnefici, buoni e cattivi, vincitori e vinti. Ed è da questo spazio che voglio concludere. Seduta in silenzio ad occhi chiusi abitante di una realtà che cerco di raccontare, dove il mio sguardo verso il mondo si prende un attimo: quello di un bel respiro!


N° 7 NON C'E' FRETTA


Si muove ormai da tempo nel mio corpo una carezza fluttuante e dolce che attiva un senso di gioia illimitato. Ci sono momenti in cui non sento la separazione con cosa mi circonda e questo mi porta a filtrare attraverso una frequenza più sottile gli eventi che capitano. Osservo a rallentatore gli infiniti stimoli; da una parte le notizie di guerra, la preoccupazione per i contagi per l'economia e per tutto quello che certamente ognuno/a di noi ormai conosce benissimo. E dall'altra parte c'è la vita che si crea in ogni momento fatta di relazioni tangibili, fatta di scelte, fatta di cuore. E seduta sopra il tappeto steso su questo punto di vista, dove entrambe parti sono molto chiare, il mio corpo si ascolta. Da una parte gli stimoli insistenti e ripetitivi della informazione, contro-informazione e preoccupazione che mi portano a reagire e dall'altra le relazioni, le scelte e la tessitura dei fili di un quotidiano che non si può dare mai per scontato, che mi portano ad agire.

Prevale in questo momento uno spazio di azione dal quale mi muovo, mentre tutte le mie antiche certezze crollano, dentro e fuori di me, e mi sento una esploratrice, ora fiore che si lascia impollinare, ora insetto che impollina.

Il cammino mi costringe alla lentezza. Ricordo dei momenti mentre mi trovavo in mezzo alle Mesetas in Spagna, gialle e vaste, in cui mi immergevo nei sensi a partire dal contatto del piede con il suolo, fino ad assaporare il vento delicato sul viso.

Un rallentare dove i sensi si espandono. Perchè se ci fermiamo un attimo a riflettere: da dove viene la fretta?

Da qui posso vedere attraverso una nuova lente molti aspetti della mia vita.

La mia relazione con il cibo per esempio.

Dio solo sa quanto mi piace mangiare. Così come sa quanto questo abbia fatto a botte con il mio desiderio di essere magra. Un corpo ingabbiato nella credenza che "sei figa solo se abbastanza magra". Ed ho vissuto in alternato: in stato di dieta o in stato di voracità.

Devo confessare che una delle aspettative che avevo riposto nel cammino di Santiago era di poter perdere qualche chilo. Chiunque avessi incontrato prima di farlo io personalmente, era tornato/a in forma splendente! Ero certa che avrei potuto avere la botte piena e la moglie ubriaca, mangiando tutto quello che volevo camminando per bruciarlo via. Beh! Sono tornata ingrassata di 5 Kg.

Alla fine credo che non sia tanto quanto si mangia ma come lo si fa. Me lo sono sentito dire da tanti/e che dovevo mangiare più lentamente. E quando capita mi fa sentire tanto frustrata soprattutto quando sono posseduta dalla voracità.

Altro esempio: le relazioni.

Quante volte a causa della fretta nel supporre o nel prendere sul personale mi sono fatta dei film esagerati con la pretesa di ingabbiare qualcun altro nella mia percezione delle cose. Quante volte ho reagito creando confusione e anche malessere a me stessa prima di tutti. Quanti partner ho allontanato per la presunzione che tutto dovesse avvenire secondo il copione scritto dalle mie credenze. E anche stavolta quante volte ho sentito parlare di amore incondizionato! E ancora sento frustrazione e disagio perchè mi si presenta come un concetto tanto distante da me!

Andare più lenta mi permette di guardare dentro con più coraggio. Eh sì.. perchè non so voi, ma per me è troppo più semplice puntare il dito.

La lentezza mi porta a respirare più profondamente, e quella carezza di cui vi parlavo prima mi conduce nello stato di questo sottile e costante piacere.

Un piacere che mi ha sempre spaventato moltissimo. Probabilmente perchè in un attimo si può sconfinare nelle aree "tabù" della nostra esistenza.

Avete mai provato ad accarezzarvi la pelle lentamente, con delicatezza? Avete mai giocato con quelle spazzole dalle setole di metallo fini fini per massaggiarsi la testa? Avete mai fatto il bagno nudi nel mare? O ballato nudi nella natura? O semplicemente danzato muovendo il corpo liberamente? Avete presente quella carezza interna che assomiglia all'eccitazione?

Percepisco sempre di più che la vita se lasciata fluire è un atto erotico costante. Come quando canto. Il mio corpo vibra e si apre al suono che versatile ora forte ora piano tocca la pelle di chi ascolta, passando dalla mia.

Quello che sta accadendo in questa geografia speciale che amo raccontarvi, è che il mio stato di esistenza si fonde sempre di più con quella vibrazione e mi accorgo che il mio cuore si apre all'amore. Quell'amore che non è possibile ingabbiare perchè come lo trattieni svanisce. Mi sento innocente come una bambina. Che maestri i bambini quando sono ancora intatti e innocenti!

Nel luogo dell'anima non c'è fretta, tantomeno si può competere o possedere. L'anima non vuole dimostrare niente a nessuno. Piuttosto si apre alla profonda condivisione. Ella custodisce gli spazi, non li possiede. Quando un anima si sveglia non la può fermare nessuno.

Così possiamo tornare a misurare il tempo col battito del cuore. Un orologio molto speicale dove il tempo si fa un “nonluogo”. Se permettiamo alla lentezza di fluire senza limiti si possono sentire le pause, si può ascoltare il vento, sentire l'odore degli alberi. Si può fare l'amore alla vita, con la vita.

I miei passi, la strada, la nuova visione che si apre davanti stanno facendo di me una donna viva. Non per questo indifferente a quello che succede intorno. Semplicemente torno a scegliere come pensare, e come manifestare la mia realtà. Torno a sentire che il mondo non va salvato o cambiato. Va semplicemente bilanciato. E allora se tanti vanno in fretta, io rallento. Se tanti si preoccupano io mi rilasso. Se tanti soffrono, io godo. Se tanti fanno la guerra io faccio l'amore. Se tanti obbediscono io disobbedisco. In responsabilità, trasparenza, onore e valore.

“Solan Solan” dicono i Tuareg del deserto del Sahara algerino, “Solan Solan”.


N°8 DANZA CON LE TUE PAURE


Potrei definire la sensazione di paura descrivendovi come mi sento quando questo sentimento mi invade. Di solito mi si chiude lo stomaco, mi tremano le ginocchia e inizia uno stato di ansia alla quale i miei pensieri rispondono con molta rapidità.

Mi sento come posizionata di forza in un frullatore e la mia capacità di respirare o rimanere calma diventa una pappa calda da servire a tavola. A questa tavola c'è sempre chi o cosa si precipita per nutrirsi e qualche volta compiacersi. Perchè a volte noto che di fronte alle mie paure ci può essere anche chi trova un po' di conforto.

Camminare nell'apparente “limbo” della geografia dell'anima comporta una serie di scelte o rinunce, che rendono me e chiunque lo faccia, visibilmente controcorrente.

In questo tempo storico, ci vuole davvero un attimo per essere controcorrente. Pensate a come anche un abbraccio oggi può suscitare sentimenti di paura. Ed ogni volta che vacillo, devo scegliere bene con chi aprire il mio cuore.

Non posso avere la pretesa di bloccare una dinamica così istintiva. Infondo nella legge naturale esiste un ordine, dove anche gli avvoltoi ricoprono un ruolo per partecipare ad un bilanciamento più ampio. Inoltre devo considerare che la paura è anche un meccanismo di difesa biologico necessario per la nostra sopravvivenza. In un modello sociale basato sulla delega, dove difficilmente viene incoraggiata la possibilità di esprimersi autenticamente, e quindi costruire spazi di responsabilità e autodeterminazione, è molto più semplice adeguarsi, convenzionarsi e rispondere alle minacce esterne con il sentimento della paura.

Spesso quando mi ritrovo a camminare per le strade della città, il mio sguardo si innalza tra i vari palazzi lungo la via. Dalle schiere in periferia con crepe nell'intonaco, la musica o la televisione accesa, qualcuno sul balcone che fuma una sigaretta, donne che scuotono le coperte alla finestra o al balcone, alle costruzioni quasi monumentali dei centri città, soprattutto in quelle toscane, dove si annusa una sorta di umidità di fondo delle mura spesse, tra stradine strette di pietra accompagnata da un sottofondo più discreto.

In ogni caso la mia immaginazione vaga, soprattutto quando passando il mio sguardo si incrocia con quello degli abitanti che incontro. C'è chi rimane diffidente e chi invece è più aperto, ma di fronte al mio sorriso, sempre pronto da pellegrina curiosa e amante della sua geografia, l'altro lo vedo rilassare in faccia come se questo mio sorriso diventasse contagioso.

Mi accorgo che esiste un filo sottile tra creare distanza dettati dalla paura e l'avvicinarsi spinti dal desiderio di incontrarsi. Il più delle volte basta questo sorriso per far crollare giù un muro.

L'altra sera seduta a tavola con una cara amica ci siamo raccontate dopo tanto tempo che non ci vedevamo, e lei mi diceva che sta ridefinendo il suo vivere attraverso la gentilezza.

Ed era esattamente così che la percepivo mentre mi parlava, con una grande riconoscenza per farmi da specchio in un sentire così profondo!

E seguo rimanendo consapevole che la realtà la creo attraverso la cura e la modalità con le quali esprimo i miei pensieri.

Sono scappata dalle mie paure tutta la vita. Le ho infiocchettate, mi sono distratta per non viverle, ho allontanato chi me le faceva venire fuori. Finchè un giorno, la vita che ne sa sempre più di noi, mi ha costretto a rimanerci dentro. Eh sì, ho avuto il privilegio di non avere scelta. E quando mi sono seduta con la paura ho scoperto che potevamo coabitare e qualche volta perfino danzare. Sarei finta se vi dicessi che non ho più paura. Stando costantemente in cammino, e sapete che quando dico cammino intendo quello sulla strada, ma anche quello dell'anima che avviene in luoghi e non luoghi della nostra esistenza, sono costretta ad un confronto costante con le mie paure. Non riesco mai a capire bene se mi spaventano più i miei limiti o le mie possibilità. Mi viene in mente una canzone di Jovanotti che recita “La vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare”.

Questo pellegrinaggio che rimane in movimento anche quando sono ferma, mi spinge ad andare oltre tutto ciò che conosco. Mi spinge a fare spazio, ad alleggerire continuamente il bagaglio ed a sciogliere i fili che mi trattengono attraverso molte forme di ricatto. E nella misura in cui lo spazio per accogliere me stessa si fa più ampio, rimango in ascolto della paura che si trasforma spingendomi oltre in ogni aspetto della mia esistenza.

Le paure più frequenti?

Di non essere amata, accolta, giusta. Maggiore è l'aspettativa di compiacere, maggiore è la probabilità di deludere. Prima di tutto me stessa, appunto.

E non mi rimane altro che re-indirizzare il focus da questo luogo attraverso le mie scelte e azioni. Ancora una volta.

Piuttosto che preoccuparmi di non essere amata, accolta o giusta, mi domando se nel momento presente sono in amore, sono in accoglienza e sono nel giusto. E mi accorgo che prendendomi cura della vita con queste premesse come riferimento il grande bivio, quello tra la paura e l'amore, si fa strada, con un passo alla volta e la via si crea laddove il cuore mi vuole portare.

Un pellegrino della geografia dell'anima nel scegliere la strada dell'amore, imparerà a danzare con la paura sapendo che solo così tornerà ad essere intero.


N°9 ONORA GLI ALTRI PELLEGRINI


Una volta, una decina di anni fa, durante il mio primo viaggio a Granada in Spagna, stavo seduta su un autobus insieme ad un amico, mentre andavamo a visitare il centro città. Era il primo di maggio e l'improvviso caldo, che normalmente in Italia arriva un po' più in là, mi faceva risentire dopo tanti mesi il sudore sulla pelle.

In quel viaggio su questo bus molto affollato, ad un certo punto sale una bambina di origini africane insieme alla sua mamma. Avrà avuto sei o sette anni. Mi guarda mi sorride e si lancia su di me gettando le sue braccia intorno al mio collo. Appoggia un suo orecchio sul mio cuore per un po' ed io, dopo un attimo di titubanza per la rapidità del suo gesto, mi lascio andare e ricambio l'abbraccio rimanendo qualche secondo in questa fusione tra una donna e una bambina che non aveva bisogno di spiegazioni.

Quell'episodio mi riporta ancora più indietro nel tempo quando per la prima volta ho scoperto il valore terapeutico di un abbraccio. Anche se ignara di quanto avrebbe cambiato la mia vita, un singolo abbraccio mi ha permesso di provare quell'immensa sensazione di sentirsi felici e giusti, al posto giusto nel momento giusto!

Tanti gli abbracci nella mia vita da allora, per scoprire che non basta un atto fisico per incontrare davvero l'altro. Certo accorciare le distanze è un primo passo. Ma può facilmente rimanere solo un gesto fine a se stesso.

Salutare gli altri pellegrini, nel viaggio della geografia dell'anima è una tappa del viaggio che ci accompagna molto spesso. E non serve andare tanto lontano visto che probabilmente molti di noi hanno sperimentato come sia tanto facile salutarsi durante una passeggiata in montagna o in campagna o in natura. Mi sono domandata tante volte come fosse possibile che spesso le stesse persone hanno atteggiamenti tanto diversi a seconda del contesto in cui si trovano. Ho visto volti distendersi con tanta naturalezza, rivelando aspetti di sé che addolciscono il cuore. Nel volto di chi incontro, vedo i segni della sua esistenza, e spesso in questo mio vagare, in uno spazio così azzerato, ricco di tutto ciò che ero, ma allo stesso tempo vuoto di tutto quello che ancora non so, mi accorgo di quanto gli incontri che faccio non sono per niente casuali, soprattutto in ordine all'esperienze che mi permettono di mettere sul tavolo.

Quando mi chiedono come mai ho scelto di fare il mio primo pellegrinaggio sul Cammino di Santiago, io rispondo spesso che il desiderio di mettermi in cammino è nato con la voglia di ritrovare me stessa, cercando ciò che sentivo mancare, provare che potevo stare da sola. Ma ancora prima di partire, durante la preparazione, ho compreso che in realtà non mi mancava proprio niente e che ero davvero tutta qui. Che la solitudine non è necessariamente assenza di compagnia. Mi capita di sentirmi molto sola anche in mezzo a una folla. Perchè diciamocelo le sensazioni della mancanza o della solitudine, sono alcune delle credenze più insinuose di questa nostra esistenza, intorno alla quale questa società si architetta molto bene. Il cammino mi insegna ad entrare nella celebrazione della vita, a sentirla così potente e meravigliosamente bella. La si percepisce come condizione di fondo che permette di realizzare che noi possiamo davvero fare la differenza rispetto alla narrazione che vogliamo creare. Per questo che l'incontrare gli altri va ben oltre un semplice saluto lungo un sentiero. Spesso non basta una vita per incontrare chi abbiamo di più vicino anche se ci facciamo in quattro per aiutare i profughi di guerra. A volte, ascoltando le numerose storie di chi cammina, mi rendo conto che esiste una sorta di loop che alimenta una infelicità di fondo. Per questo che non sono sorpresa di tante cose che accadono, e di quanto poco ci voglia per avere paura di morire, ma alla fine, ahimè, paura di vivere.

Chi è quest'altro che incontriamo, salutiamo, o dal quale tenere le distanze? E com'è possibile che un abbraccio con un perfetto sconosciuto mi faccia trovare me stessa in pochi secondi, ed invece posso vivere una vita intera senza che qualcuno mi abbracci?

Ultimamente ho scritto una canzone che si intitola “In Lak'ech” che è un saluto maya che siginifica “io sono un altro te, tu sei un altro me”. Ero seduta sulle rive di un Arno dove ancora ci si può tuffare, accarezzata da una leggera brezza, ed ho cominciato a creare sognando e visualizzando uomini e donne che da tutto il mondo si mettevano in cammino per incontrarsi. Una chiamata impossibile da ignorare. La canzone recita ad un certo punto come un mantra “Madri, padri, sorelle, fratelli” e durante i concerti vedo chi è presente socchiudere gli occhi, completamente trascinato in questa evocazione!!

Un pellegrino della geografia dell'anima sa che l'altro è in noi, e per questo motivo non perde occasione per onorare questa esistenza che scorre indipendentemente da chi la abita. Anche e forse soprattutto quando questo altro da noi muove emozioni scomode, stuzzica ferite antiche, o semplicemente ci costringe a decidere se rimanere fedele a se stessi o no. Fare l'amore con il rifiuto, lo rende più facile da masticare.

Gli indiani con “Namaste”, gli africani con “Ubuntu”, i pellegrini con “Buen camino”. Pare essere condiviso in un tacito accordo che l'altro va onorato.

E allora mi guardo intorno, in un periodo dove l'umanità è devastata dalla paura, dove l'incontro è sempre più virtuale e mi metto in cerca di un abbraccio. Lo vedo nascere nello sguardo prima ancora che nell'incontro fisico e talvolta quest'ultimo non è nemmeno necessario. Trovo che a volte la intimità condivisa renda molto più felici quando siamo disposti a guardarsi dentro, ed a prendere il tempo di onorarsi.

Onore a te, quindi, chiunque tu sia, che in questo pellegrinaggio possiamo semplicemente inchinare leggermente la testa e aprirsi alla bellezza di sapere che siamo gocce, in un viaggio guidato dal ricordo del mare , e solo quando riunite questo mare può tornare ad essere incarnato.


N°10 NON ACCETTARE CONSIGLI


Ormai sono in viaggio da qualche mese, dalle Isole Canarie alla Andalusia, passando per Ibiza. La Spagna ormai la conosco abbastanza bene. Ho viaggiato tanto anche se mi manca un bel po' di globo ancora da visitare. Negli ultimi 15 anni la mia anima, prima di incontrare il Km Zero, e rimettersi in cammino, ha scelto di fare un apprendistato sul valore delle radici e del senso di appartenenza. In sintonia con i consigli della società circostante, in cerca di certezze, nonostante fosse evidente in me una fortissima inclinazione al nomadismo, mi sono imbarcata nell'impresa di comprare casa. Ricordo il giorno del 14 luglio 2006, quando seduta a quel tavolo ovale della allora Cassa di Risparmio di Prato ,io e i miei genitori come garanti abbiamo firmato un contratto di mutuo a 30 anni. In quel periodo il direttore di banca aveva ancora un po' di potere decisionale, e un'amica di mio padre riuscì a fare quadrare dei conti molto improbabili. Pensate mi finanziarono l'acquisto dell'immobile al 100%. Qualcuno, che mi conosceva bene, forse già in grado di vedere con uno sguardo più ampio, aveva provato a consigliarmi di pensarci bene, ma all'epoca mi sembrava la scelta giusta da fare. Venivo da un anno vivendo in una realtà simile a una comune e proprio in quel tempo mi resi conto che avevo bisogno di radicare. Avevo bisogno di un posto mio. L'universo sembrava essere d'accordo, aprendo strade e creando l'occasione magica per farlo accadere. Avere una casa fu per me un passo necessario per scoprire chi fossi davvero.

Per i primi anni tutto seguì un flusso naturale, ed io mi godevo una stabilità ed un'indipendenza che mi facevano bene al cuore. Imparavo a prendermi cura di me, dei miei spazi. Già nel 2009, ebbi la prima crisi. Sentivo che stavo mettendo radici in un progetto che aveva una funzione importante per la mia vita, ma che non era la destinazione finale, e cominciai a sentirmi imprigionata. Mentre facevo il possibile per radicare seguendo i consigli del mondo, fioriva e cresceva in me sempre di più la coscienza che la vita avesse un senso molto più ampio che dover pagare i conti a fine mese. L'uscita del mio primo album come cantautrice nel 2010 segnò con molta prepotenza quel mio desiderio di prendere un volo verso uno spazio più grande. Mi ci è voluto tempo per aggiustare gli equilibri, rispettando le leggi della materia rimanendo fedele alla voce dell'anima. Devo ammettere che fino al Km Zero sono stata molto abile e che se non fosse avvenuta una pandemia planetaria, ora probabilmente starei terminando il mio master universitario in pedagogia, la musica sarebbe stata un hobby a tempo perso e magari avrei preso anche in affidamento qualche ragazzo o ragazza in necessità di una famiglia di appoggio. Con lo stop del 2020, la mia vita, come quella di molti credo, è stata scattata e immortalata per un'attimo. In questo attimo eterno guardando la foto, mi sono accorta che i consigli che avevo ascoltato e in qualche modo interiorizzato non mi portavano più dove volevo davvero e che di fronte all'inevitabile crollo di tutto quello che avevo costruito sino a quel momento non mi rimaneva che stare in silenzio e cercare dentro di me altre indicazioni o consigli che potessero portarmi verso un nuovo senso. La ragione per cui la strada e la geografia che abito adesso mi sono così cari, è che qui riesco a discernere. Mi basta guardarmi intorno e vedo riflesso quello che sento nel cuore. Poter vivere come i fiori del campo e cantare come gli uccelli del cielo. E mentre attendo con un misto di ansia e fede, il giorno in cui a quel tavolo ovale ci siederemo di nuovo stavolta per sciogliere ogni legame, mi ritrovo ancora seduta in quel cinema, a guardare nello schermo come i consigli entrano ed escano nello scorrere della vita. Consigli pubblicitari, degli amici, della famiglia, dei politici, di chi si definisce coach, maestro, guru, di chiunque pensa di avere capito qualcosa o addirittura tutto! Ma cosa vuol dire infondo “consiglio”?

Etimologicamente consiglio viene dal verbo ricongiungersi. Ma in antichità “consilere” o “consalire” significava “saltare insieme” e poi c'era la lettura “con-si-lere” che significava fare silenzio insieme ad attendere che qualcun altro parlasse. Di questi significati scelgo “saltare insieme”. Mi sono resa conto che a volte sono stata molto superficiale nel dare consigli, ed anche nell'accettarli. Il fatto è che per accompagnare qualcuno fuori da noi in un proprio processo, o lasciare che qualcuno entri nei nostri, bisogna veramente saper ascoltare da uno spazio neutro. Mi sono ritrovata a dare consigli usando la mia propria misura nel vivere la vita, ma ahimè ho dovuto smettere. La prima volta che mi sono accorta che mi dovevo fermare, fu quando una donna di 72 anni venne da me per fare un percorso sulla voce per riconciliarsi con se stessa. In uno dei nostri incontri mi disse che voleva lasciare suo marito con il quale stava da quasi 50 anni. Mi raccontò che non era felice, che si sentiva soffocare e che da quando i figli erano indipendenti lei non sapeva più chi era. Io rimasi un attimo in silenzio, pensando tra me e me, che cosa avessi io, una donna di neanche 40 anni all'epoca, mai stata sposata, da dire su una situazione tanto delicata. La misura che conoscevo era quella di figlia di genitori divorziati oppure di donna libera senza impegni. Rimasi ancora in silenzio e chiesi sostegno alla mia voce interiore. Dopo un po' mi venne spontaneo chiederle se avesse un lavoro, o se avesse una indipendenza economica. Lei mi guardò un po' stupita; la mia domanda le risultò inaspettata. Ma poi mi rispose di no e che non aveva mai lavorato in realtà. Ed allora io le domandai ancora quale fosse il suo piano per vivere senza l'appoggio del marito, che chiaramente non le avrebbe lasciato niente visto che avevano la separazione dei beni. Lei non poteva rispondere. Ci salutammo e all'incontro successivo mi ringraziò. Mi disse che forse il primo passo era quello di focalizzare su se stessa, ritrovare un senso alla propria vita e smettere di delegare suo marito per la propria infelicità. Magari anche lasciando il marito avrebbe trovato la sua strada, ma su questioni di questo tipo io ho imparato ad essere cauta. Soprattutto mi sento più sicura a risvegliare domande piuttosto che dare risposte.

Io non posso prendermi la responsabilità degli altri, soprattutto se lo faccio usando la mia misura, è molto rischioso! Perchè forse per me, dal mio punto di vista, sarebbe stato giusto che quella donna riscattasse la sua felicità lasciando l'uomo con cui stava perchè non era più felice. Ma onestamente adesso posso affermare con una certa confidenza che l'altro è difficilmente responsabile della nostra infelicità, così come lo è della nostra gioia. Certo ci fa da specchio; la relazione è un luogo molto fertile dove risuonare e crescere, oppure assordarsi e stagnare. Quello che fa la differenza è quanto potere diamo agli altri di definirci. Di stabilire chi siamo o come ci sentiamo. Per questo quando si tratta di accompagnare qualcuno che mi chiede un consiglio, devo sempre verficare se chi ho di fronte è con sé o lontano da sé. Così come sto imparando di essere davvero con me quando ne chiedo uno. Mi piace che dare un consiglio sia come essere una levatrice che accompagna una madre durante un parto. La saggezza del nascere è insita nell'essere che viene al mondo e in sua madre che è il suo veicolo. C'è un filo sottile che ci unisce e che anche ci distingue. Per questo i miei consigli non vogliono essere l'ennesima spinta, o influenza per convincervi ad intraprendere un viaggio che sia uguale al mio.

In questo senso non li accettate. L'intento con il quale mi esprimo è di rivelare attraverso la mia esperienza la via dell'anima, che non è un luogo, una scelta, un tempo, il viaggiare, lo stare fermi o il cambiare vita; e non dipende dall'essere illuminati o perfetti. La via dell'anima è insita dentro di noi, e la vita di ognuno/a ha la propria saggezza; come una voce che chiama e che per essere udita ha bisogno di spazio e silenzio. Ormai anche la scienza sa provare che il mistero della vita, vive nell'invisibile, e che può essere appreso attraverso il suono, la matematica e la geometria sacra. Mi prendo allora tempo per ricordare, e sento il cuore che abita questa parola. Ed ogni volta che mi trovo davanti a un consiglio, sarò certa prima di tutto, che il mio dare o il mio ricevere passi solo ed esclusivamente dal cuore.

Ed è proprio in questo cuore, ad occhi chiusi, sempre più a nudo e immersa nel mio canto e nel mio viaggio, con la fatica del pellegrinare ma la gioia di assaporare la vita, che la prima tappa di questo viaggio si conclude. In questo spazio senza fine e senza inizio. Il Km Zero.

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